Social Media

Perchè dovremmo fregarcene del numero di followers sui social

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Ciao a tutti, amici! Oggi vi voglio parlare di un argomento che ho molto a cuore e che so che a qualcuno farà forse sorridere o venire mal di stomaco. Ancora una volta parleremo dei social media, ma stavolta non vi spiegherò come usare Instagram come l’ultima volta.

Molti di voi infatti mi chiedono “quanti dovrebbero essere i follower di una pagina Facebook e di un profilo Instagram” e come al solito non c’è una risposta uguale per tutti. Ma perchè preoccuparci così tanto dei followers, tanto da pensare di comprarli? E chi sono i famosi influencers, da dove arrivano e chi li ha inventati?

ps: Se avete altre domande fatemele sapere, così le considero per un prossimo approfondimento!

Da dove arrivano gli influencers?

Sono sempre esistiti, hanno semplicemente cambiato canale. Oggi come un tempo vengono considerati influencers tutte quelle persone in grado di influenzare le scelte degli altri, grazie ad una determinata personalità oppure all’appartenenza a determinati gruppi o community.  
Vi ricordate della Smemoranda? Quando ero alle superiori, tutti avevano il diario Smemoranda, e mi ricordo che, anche se tutti ce l’avevano, il trend era iniziato molto prima, nella maggior parte dei casi iniziato da una persona particolarmente influente nella classe che aveva iniziato ad utilizzarla. E che poi ha influenzato tutti gli altri.
Si tratta di un concetto insito nella natura umana, ossia quello dell’emulazione, siamo bravissimi a copiare gli altri, soprattutto quando ‘questi altri’ hanno un determinato significato simbolico che vorremmo fare nostro. A Porthcawl, una sperduta cittadina a Sud Ovest del Regno Unito c’è ogni anno a ottobre un festival che si chiama The Elvis, il più grande festival mondiale dedicato al re del rock ‘n roll, con migliaia di Elvis che arrivano da tutta Europa (un numero che è solo di poco più basso rispetto al famosissimo The Burning Man) per celebrare la loro personale impersonificazione dell’unico ed inimitabile Elvis. Non è pazzesco?

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[Che poi, dopo tutto, essendo onesti (non odiatemi ma sarò brutale) nemmeno Elvis aveva creato nulla di veramente originale, si trattava semplicemente un mix di RnB, Blues e Gospel che sentiva tutti i giorni nell’esercizio quotidiano del suo lavoro come camionista.]

Quindi, dal momento che l’emulazione fa parte della natura umana, potenzialmente, tutti siamo copiati ed emulati dagli altri: dai nostri amici, dai nostri famigliari e siamo tutti influencers: non c’è nulla di male in tutto ciò.

Gli influencers nei social media

Con i social media questo processo di “emulazione spontanea” è stato alterato da due fattori:
a) il fatto che ognuno di noi è cosciente di quante persone influenza online e b) lo spostamento dall’offline all’online del budget pubblicitario delle aziende.

Il nostro comportamento è influenzato da Facebook e dagli altri social media per una serie di fattori. Ovviamente, dietro alla creazione di un progetto come quello di Facebook, c’è uno studio psicologico importante, un’analisi di quelli che sono i nostri bisogni umani, soddisfatti attraverso funzionalità specifiche della piattaforma. Il bisogno di sentirsi apprezzati, di fare parte di un gruppo e di essere valorizzati per la propria idea è uno dei bisogni umani essenziali, soddisfatto per esempio dal numero di like che riceviamo per i nostri post, e collegato al bisogno di crescere, di evolverci e di diventare persone migliori, che si esprime nelal piattaforma con il numero di amici e followers. Ecco perché quando aumentano i followers ci sentiamo soddisfatti!

Questa nuova idea ha tuttavia avuto uno sviluppo poco felice quando le persone hanno capito che “avere un certo numero di followers” li faceva sembrare influenti e importanti agli occhi esterni. Avere un ‘mille’ o ‘k’ numero di followers infatti, ci fa considerare più seguiti, più contesi, più significativi per il mondo esterno: quanti più seguaci ha una persona, quanto più è considerata importante. Se siete in una nuova città e cercate un ristorante dove cenare, sicuramente non ne sceglierete uno vuoto, suppongo: quanto più occupati sono i tavoli, quanto più il nostro cervello si convince sia un bel locale e a buon prezzo. Quindi, secondo il cervello umano “mille followers = questo deve essere uno figo”.

Leghiamo questo primo punto al secondo fattore: i budget di pubblicità si stanno pesantemente spostando verso l’online. L’anno scorso scrivevo su Marketing Arena che “In UK l’internet advertising, che ha superato la spesa pubblicitaria nei media tradizionali già nel 2010 e ad oggi riceve la maggior parte degli investimenti, raggiungerà il 44,2% del totale degli investimenti pubblicitari già alla fine di quest’anno (in Italia è pari al 30%) con una spesa nel social media advertising pari a 920 milioni di sterline già nel 2014.

Quindi, le aziende stanno abbandonando la TV, i giornali ed i canali offline in modo pesante e stanno capendo che investire in Internet è invece molto interessante.
I consumatori, d’altro canto, sempre più bombardati da pubblicità, notizie ed informazioni, trovano altre soluzioni per capire di cosa hanno bisogno : l’84% delle persone in fase di decisione di acquisto si fida molto più dei familiari e degli amici piuttosto che di un annuncio pubblicitario in TV o sui giornali*. Il passaparola esiste dalla notte dei tempi ed ancora influisce su una decisione per il 74%. Il 68% dei consumatori crede nelle opinioni che trova in rete da parte di altri consumatori mentre l’88% si fida delle recensioni degli sconosciuti tanto quanto si fida di quelle dei familiari.
Il passaparola si dimostra adatto nell’aumentare l’efficacia delle tecniche di marketing sino al 54% 

 

 

Quindi, riepilogando, i brand possono investire in internet qei budget enormi che prima usavano nella TV e sono a conoscenza del fatto che il passaparola e le opinioni di altri consumatori hanno un impatto molto importante nella decisione di acquisto. 

[*In UK ci sono fior di studi che parlano di come fare marketing ai millennials, ossia a noi nati tra gli anni ‘80 e il 2000. Ma forse basterebbe un po’ di buon senso per capire perchè non ci fidiamo di quello che ci consiglia un mezzo di comunicazione che sappiamo influenza le masse e non rappresenta più quella magica invenzione vissuta dai nostri genitori sulla moda di Carosello.]

L’analisi degli influencers

Se uniamo i puntini, vedremo che si tratta di una macchina messa in moto che se a livello di marketing online può dare risultati positivi, a livello sociale sta creando dei mostri.
Un tempo erano i testimonials le figure collegati ai valori del brand, quindi non è stato creato nulla di nuovo, anche oggi gli influencers vengono usati come cartelloni pubblicitari, con lo scopo di farsi notare e condividere messaggi ad hoc sui prodotti. Ma i testimonials avevano un legame con il brand a livello di valori o di esperienza: oggi questa connessione non è più necessaria.
Ci sono 
agenzie e piattaforme che tentano di mettere insieme influencers e brand con meccanismi poco chiari, che non si basano su nessun valore, solo su una ipotetica condivisione di interessi. D’altra parte oggi le aziende non vogliono teorie ma numeri, e sono purtroppo gran poche quelle che scelgono una strategia e contenuti di qualità, prediligendo piani a breve termine e picchi in crescita. Quando gli influencers capiscono che i contenuti non servono, poiché vengono pagati anche senza creatività, si limitano a fare post, video o immagini piatti dove il brand viene solo menzionato. E i followers nella maggior parte dei casi se lo fanno anche andare bene, perché è lo stesso influencer a spiegare che il suo è proprio un lavoro che ha bisogno di essere pagato da qualcuno, quindi dai brand. Un modello di vita che nella maggior parte dei casi ostenta l’eccesso e la superficilità, che si basa sullla partecipazione ad eventi esclusivi, viaggi, foto e video e che rappresenta il sogno di tutti i follower, e che nella maggior parte dei casi magari non è nemmeno veritiero

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Questo vortice dato dai brand che hanno budget => che pagano gli influencers indipendentemente dal contenuto => che viene condiviso sui social => e seguito da un pubblico internet tendenzialmente assuefatto => che condivide senza pensare alle conseguenze => diventa ancora più negativo nel momento in cui tutti capiscono che tutti possono diventare influencer. Non serve più essere un campione dello sport o avere competenze specifiche nella creazione di contenuti fighi. Ti basta avere “k” followers. Ed ecco che tutti vogliono riuscire ad ottenere “k” followers in poco tempo per essere considerati degli influencers. Inoltre, dal momento che su Instagram come su Facebook i contenuti che vedi non sono quello cronologici ma quelli decisi da un algoritmo che influenza il tuo comportamento, l’unico modo per aumentare il numero dei followers è quello di usare piccoli software automatici che lavorano su Instagram per mettere 500 like in un giorno ed accelerare il tuo comportamento sulla piattaforma per aumentare i followers. Anche se non sei nessuno, non fai foto fiche e magari non sei nemmeno bravo a scrivere le presentazioni.

Perchè se qualcuno ti segue, stimola il follow back e se mette like alle tue foto ti viene quasi automatico ricambiare. Ma sappi che non è lui, ma il robottino che sta lavorando in incognito  finché è a farsi l’aperitivo del venerdì sera.

Fai una prova: scaricati Instagress e in modo molto lento (avviso: se Instagram ti trova ti blocca tutto e ti banna) prova ad impostare alcuni hashtag e commenti automatici. Sono sicura che dopo un po’ i profili con ‘k’ followers non ti faranno più nessun effetto. 😀

Ditemi che cosa ne pensate su Twitter e seguitemi, così arrivo anche io prima o poi a ‘k’ followers, lol!

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