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Cara ministra Lorenzin, ecco perché il fertility day ci fa incazzare

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Cara ministra Lorenzin,

ho deciso di scrivere questa lettera per farle capire quali possono essere i motivi per cui la campagna Fertility Day non è stata molto apprezzata dalle donne italiane. Anche da molti uomini, per fortuna.
Non abbiamo bisogno di una campagna che ci faccia pensare a quanto sia bello avere figli, ma abbiamo bisogno di una serie di paradigmi e strumenti che facilitino noi donne a prendere decisioni che cambiano la vita. Perché io non ho figli, ma vedo che la vita dei miei amici neo-genitori non è la stessa di prima, giustamente.
Ecco quindi perché, anche se il suo staff ha usato la campagna per creare informazioni sulla prevenzione e sulla fertilità, molte di noi avrebbero apprezzato interventi pratici e lo stanziamento di budget da utilizzare in politiche apposite, piuttosto che eventi di informazione nelle maggiori città italiane ed un piano teorico. Anche perché, tutte ormai sappiamo che l’orologio biologico non esiste, ma è stato inventato da un giornalista americano negli anni ’70
Mi sento quindi nella posizione di suggerirle alcuni punti su cui potreste lavorare per raggiungere in modo più efficace gli obiettivi da voi comunicati.

Al di là del Fertility Day, quali sono i veri punti su cui lavorare?

1) La carriera ed i contratti lavorativi delle donne. Se è vero che siamo considerate emancipate rispetto agli anni ’50 (e basta guardare questa serie su Raitre per farsi un’idea di quello che succedeva prima) non succede fertility-day-politiche-no-propaganda-lorenzinaltrettanto nella pratica. Quando mi sono laureata, a 25 anni con 110 e lode, al mio primo colloquio di lavoro mi hanno chiesto se avevo intenzione di mettere su famiglia. Ovviamente non mi passava nemmeno per l’anticamera del cervello dopo 5 anni di università e più di 70 esami. Volevo lavorare. Ma anche se il pensiero di altre mie coetanee fosse diverso dal mio, sei costretta a mentire per avere un lavoro. Altrimenti non sei nemmeno considerata. Ottieni il primo contratto. Lavori, impari, sgomiti.
Puoi essere bravissima, intelligentissima ed essere disponibile a lavorare “n” ore ma sai dentro di te che un uomo avrà sempre la precedenza. Prenderà uno stipendio più alto, avrà maggiore accesso a promozioni e avanzamenti di carriera. Appunto perché “ci sono i figli”. Perché quando arrivi a 30 anni fai paura, perché “puoi entrare nell’età in cui vorresti dei figli”.
(E non lo dico solo io. Ma anche McKinsey.)
Se sei fortunata ad avere un contratto indeterminato, puoi scegliere, anche se sai dentro di te di rischiare il “congelamento”, perché farai fatica a cambiare. Sai bene inoltre, che essendo tu quella con lo stipendio più basso, il padre sarà quello costretto ad andare a lavorare. E sai bene che se non vuoi pesare troppo sui nonni, il tuo stipendio sarà quasi tutto pro asilo, baby sitter e centri estivi.
Se invece, sei precaria, sai che nulla sarà come prima. Ed il reinserimento nel mondo lavorativo sarà ancora più difficile.
Facciamo qualcosa per evitare il ripetersi di queste situazioni, dal momento che ci sono studi che dimostrano che la diversità di genere nelle aziende porta solo a benefici concreti per tutti?
Facciamo qualcosa per tentare di assomigliare a quei bei Paesi nordici dove si vedono i padri felici che portano all’asilo i loro tre figli sorridendo e non chiamano disperatamente le madri alla prima difficoltà perché non riescono a passare 30 minuti al giorno con i loro figli?
Ad esempio con delle politiche di detrazione fiscale per pannolini, asili e passeggini. Ma non è il mio settore di competenza, ovviamente lascio a lei l’onere.

2) Il lavoro come freelance. Per fortuna, grazie alla tecnologia, possiamo lavorare in remoto, ed essendo donne con pargoli al seguito mi sembra una fantastica opportunità.
Anche qui la situazione non è delle migliori: tasse altissime per quelle povere che decidono di mettersi in proprio (oltre ai vari problemi intrinseci del settore, come i pagamenti infiniti ecc..), mancanza di corsi professionali se non quelli del fondo sociale europeo o privati (che se ci servono per competere a livello internazionale non servono praticamente a nulla) e totale assenza di politiche a sostegno di donne che dopo aver pensato alla prole decidono di re-inserirsi nel mercato lavorativo magari decidendo di diventare sviluppatrici web, UX designer o simili.
Immagino che questi discorsi siano fantascienza per l’Italia, ma vivendo nel Regno Unito so che è possibile usare fondi, creare corsi e gruppi che aiutino le donne a cambiare percorso e carriera dopo un figlio, aiutandole ad entrare in nuovi settori, come ad esempio quello tech, visto che tutto il mondo cerca sviluppatori e quello della carenza di donne nell’industria tech è un altro dei grandi punti di domanda di oggi.
Facciamo qualcosa per aiutare le donne che vogliono re-inserirsi nel mondo del lavoro con corsi, programmi, detrazioni, aiutandole a creare delle competenze in linea con quelle del mercato del lavoro odierno e futuro?

3) La mancanza di sicurezza verso il futuro. I miei genitori ed i loro coetanei hanno lavorato 40 lorenzin-fertility-day-settembreanni nella stessa azienda, sono riusciti ad acquistare una casa (a volte anche più di una) ed alla mia età erano felici, convinti che nulla sarebbe mai cambiato.
Io alla stessa età ho cambiato 6 aziende, 2 orientamenti professionali, 3 Paesi e potenzialmente non so che cosa farò o dove sarò il prossimo anno. Mi considero ovviamente un estremo, ma immagino  di non essere l’unica. E li vedo i ragazzi, più giovani di me, su un volo diretto all’estero alla ricerca di qualcosa che nemmeno loro hanno idea cosa sia, ma sanno che all’estero il loro lavoro, la loro iniziativa e la loro fatica verranno ripagate in esperienza e stipendio adeguati.
Credo che i ragazzi che rimangono in Italia non abbiano nemmeno questa speranza.
Facciamo qualcosa per sostenere il futuro di noi giovani con un piano a lungo termine che ci permetta di costruircelo? Perché sappiamo tutti che il Jobs act ed i precedenti non hanno avuto grandi risultati. 

4) Invece delle tavole rotonde, perché non promuovere incontri territoriali di informazioni e programmi nelle scuole? Da professionista nella comunicazione, mi sento di dirle che le cartoline, la campagna di comunicazione (per non parlare del Piano Nazionale per la fertilità) non sono in linea con le esigenze e le motivazioni del target di riferimento.  Se lo scopo della campagna di comunicazione era quella di creare informazione sulla fertilità per donne dai 20 ai 30 anni (anche se sembra che lo scopo della campagna fosse più quello di spingere le donne a procreare), perché non utilizzare i consultori ed i centri donna, sparsi in tutto il territorio nazionale, piuttosto che fare eventi a grande impatto mediatico con tavole rotonde nelle maggiori città italiane ed utilizzare cartoline con contenuti poco veritieri? Così si crea propaganda, e sicuramente non si raggiungono gli obiettivi.
La generalizzazione del target che includeva infatti anche donne impossibilitate ad avere figli, informazioni poco chiare e veritiere, un messaggio generico, contenuti poco di qualità ed immagini finte hanno decretato il fallimento di questa campagna di comunicazione.
Se veramente lo scopo era creare informazione sulla fertilità per un determinato target di persone, perché non fare una serie di indagini, di questionari per capire le necessità, motivazioni e opinioni e poi investire il budget in video ed informazioni ad hoc, visto che tutt’oggi nelle scuole c’è una carenza di informazioni ed educazione in merito?
(Che poi spero proprio che il gioco dell’estate fosse rivolto ai ragazzini nelle scuole, se volete imparare guardatevi la campagna danese!)

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