Best Non-bullshit Startup Events in London – October 2016

Morning, all! Do you know that morning when you get up full of energy, especially cause you haven’t slept well, but your mind’s spinning with ideas and things you want to do? This is exactly what happened today. Well, to be honest, I’m a bit worried, as it’s Monday, but ..it’s fine, I’ll take it as it is.

Today I’m glad to introduce you to this first post of a monthly roundup of events where I want to put together the Best Startup Events in London, so conferences, workshops and events related to startups, innovation and tech stuff!
Normally I’m just doing secretly, during lunch breaks as you know, they’re going to be full quite soon.
But since now, to celebrate my summers as a freelancer, I’ll be sharing the list with you as  “happiness is real when shared”.  I met so many amazing people this summer that I really need to celebrate my coming back to London.
Well, I want to create it every month, so I’ll look for the best non-bullshit startup events and instead of just registering myself to the most amazing ones, I’ll share them with you. So, if it happens you’re around and you don’t know what to do..now you’ll know!

Hope you like my curated non-bullshit Startup events for startuppers🙂

Tue 27th September: Storytelling with data  at Google Campus [free]
To learn what makes engaging insight and how to get from data overload to insight.
I think this could super interesting, as it’s matching a very important topic startups normally are not very much considering. 

Tue 27th September: Let’s solve your startup marketing problems…50 Key Growth Hacks To Scale Your Business at We Work Moorgate [free]
Vincent Dignan is sharing his best tricks to scale your business to success.
If you’re never been to one of his talks, you MUST go. And not only ’cause I co-founded Secret Sauce!😀

Thurs 6th October: Capital Accelerate and Scale Tech Superstars Launch Event at Huckletree Shoreditch [free]
The launch will be an excuse to run the infamous tech conferences with Huckletree providing two stages and a mentor space to run over 20 talks and panels by experts from Capital Enterprise membership, some leading London start-ups and from the leading companies including Google who will be flying their leading experts on Micro-Services and Tensorflow

Tues 11th October: Our bizarre future of Bitcoins, Blockchains and Smart Contracts at SAF Building, Imperial College London [Non-member £12,Staff £5, Student £3]
Talk by Professor William Knottenbelt, (Director of Imperial College Centre for Cryptocurrency Research and Engineering) which explores the potential for Bitcoins, Blockchains and Smart Contracts to revolutionise the way we live, work and do business.
Don’t know if it will be too theoretical as it’s organised by a University, but I think still very interesting to learn more about bitcoins and blockchains. 

Tues 4th October: Public Speaking for Startups: how to deliver presentations that inspire action at Hackney Community College [£19-29]
Learn how to deliver memorable presentations that inspire action in this workshop led by Anis Qizilbash, founder of Mindful Sales Training.
Pitching is VERY important you need to learn as much as you can about it!

Tues 4th October: Growing An Engaged Community Around Your Startup at Camden Collective  [£11]
2-hour interactive workshop to learn how to build a community from scratch by Culture Agency Collective.
Again startups are normally just focused on growth hacking and acquisitions but they don’t know anything about creating relationships with their customers. And you know retention is key, don’t ya?

Tues 11th October: Startup Sales Bootcamp:7 steps to sell without being salesy at Google Campus [free]
Learn how to approach customers and get them to buy from you without being that typically pushy sales person by Anis Qizilbash, founder of Mindful Sales Training
I’m always very keen to learn more about sales, as it’s very much connected to Marketing but it’s not the same things even if you won’t agree with me. And selling your project is also very important!

Fri 21st October: Start-ups for Africa: tech for development showcase at Google Campus [free]
This is a chance to get to know other people in London who are looking to use their entrepreneurial skills for the good of Africa
I’m very interested in tech for good and I’m wondering whether this event could be helpful understanding how technology can help improving people’s life around the world. I will tell you about it!

Thu 27th October: #TechLawHub Meet Up at Google Campus [free]
Receive practical advice about legal, accounting and marketing issues, with one-to-one Q&A sessions after the presentations.
I think everyone don’t know enough about accounting or legal issues and, if you don’t have a CFO you should definitely attend this workshop!

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So..see you around?
Let me know if you’re coming to one of those events, I’ll be glad to meet you!

 

Finalmente mi sono laureato. E adesso?

Ogni tanto mi fermo e penso: “Quando mi sono laureata, non pensavo che il mondo sarebbe cambiato così tanto“.
E non sono l’unica. Ma credo che pochi pensino a quanto e come questo cambiamento sia avvenuto e ci abbia resi diversi in qualsiasi cosa che facciamo. Durante la tesi, avevo scoperto un tool che scansionava le pagine dei libri, con la possibilità di inserirle direttamente su Word e mi sentivo una VIP. Ovviamente oggi l’intuizione fa abbastanza ridere. Fa ridere perché il cambiamento e la tecnologia che abbiamo a disposizione oggi, ci ha permesso di fare cose che dieci anni fa sembravano fantascienza.

Ciò è ovviamente fantastico. Ma ci rende anche più insicuri. Il cambiamento ci fa paura anche se non lo ammettiamo. Eppure, non ci siamo ancora abituati?
Lcompetenze-scuola.università-del-futuro@alessiacamerae aziende chiudono ma tante persone che conosco sono ancora convinte che il contratto a tempo indeterminato sia la cosa più importante e bella che ci possa succedere.
Come tanti studenti sono convinti che una laurea ed un 110 e lode siano il requisito essenziale per trovare un lavoro in linea con le proprie aspettative.
Eppure, entro il 2020, il World Economic Forum stima che 5 milioni di posti di lavoro saranno persi con l’avvento dell’intelligenza artificiale, dei robot e delle nanotecnologie.
La notizia positiva è che altri 2 milioni di posti di lavoro saranno creati come conseguenza di queste nuove tecnologie.
Quindi non focalizziamoci sul curriculum, ma sulle competenze. Saranno le nostre competenze a salvarci. 

Se sei uno studente universitario, sei fortunato. Buttati!
Caro studente, come prepararsi ad un futuro lavorativo ancora più incerto di quello che stiamo vivendo oggi?
Vorrei raccontarvi una storia. Quando qualche settimana fa ho fatto mentorship alle startup del Wellness e Fashion/Retail accelerator ad H-Farm, ho avuto modo di testare alcuni progetti Alfa e condividerli sui social. Tra i tanti, mi ha risposto mio cugino che sta studiando robotica al Politecnico di Milano (se tornassi indietro, studierei anche io informatica all’università, ma se mia nonna avesse le ruote..). Parlo spesso con lui e mi accorgo come la troppa focalizzazione sui concetti e sull’acquisizione di competenze tecniche sia fuorviante. Per non parlare dei voti dell’esame o di quello di laurea. A cosa serve un 30 costante se poi non hai la più pallida idea della modalità di applicazione di quello che stai studiando nella vita reale?

Quando sei all’università vivi in un mondo anni luce distante da quello reale, così tanto che quando il treno arriva in stazione e tu sei obbligato a scendere, ci metti un sacco di tempo a trovare l’uscita giusta, rischiando di perderti mille volte o di passare troppo tempo a chiedere informazioni a chi molto probabilmente non ne sa più di te. studenti-università-quote-futuro-incerto@alessiacamera Allora, prima di arrivare al capolinea dovremmo essere sicuri di fare il percorso giusto, fermandoci a stazioni intermedie, collaborando con progetti e persone che ci aiutino a capire come le nostre competenze tecniche si applicano in un mondo che sta cambiando alla velocità della luce.
Non abbiate paura di buttarvi, proporvi per stage part-time non pagati oppure side project.
Seguite le persone giuste, interagite con chi condivide il vostro modo di pensare ed agire e buttatevi!
Anche se vi sembra poco costruttivo, ogni esperienza vi porterà dei benefici ed imparerete sicuramente qualcosa, perché la maggior parte di quello che sappiamo lo impariamo nel posto di lavoro, il “learning-by-doing is the new black.” Se non ne siete convinti leggete questo articolo, dove si spiega come l’automazione di alcuni lavori porta alla creazione di molti altri, dove però sono necessarie specifiche skills e competenze. E se non sappiamo nemmeno quali questi possano essere, a cosa serve un 30 in un esame definito da un ordinamento scolastico almeno 20-30 anni fa?

Se sei convinto di avere un lavoro che ti renderà felice per tutto il resto della tua vita.
Ma dovresti investire sulle skills che saranno necessarie per fronteggiare i cambiamenti che ci aspettano. E che non sono molto distanti da questo 2016 che stiamo vivendo oggi. 

Siete laureati da un po’ e felici e comodi sul vostro contratto a tempo indeterminato? Io se fossi in voi sarei ancora più preoccupato. Ma non perché state pagando dei contributi che non vedrete mai tramutati in pensione oppure perché siete convinti che la vostra azienda non fallirà mai.
Io sarei preoccupata per un modo di pensare che si basa ancora sul cv, sulle agenzie del lavoro, sull’orario 9-5.
Basta leggere questo articolo, pubblicato su TechCrunch qualche mese fa, per rendersi conto quanto il curriculum sia solo la punta dell’iceberg e che quello che dovremmo fare, per sopravvivere in un futuro che diventa sempre più tecnologico, è di avere un approccio di crescita dinamica, che si basa su esperienze, performance, curiosità, con un curriculum che combina la nostra personalità e non solo gli studi e le esperienze lavorative. Le nostre soft skills, ossia le competenze trasversali sono strumenti essenziali, anche se ancora considerati secondari rispetto alle hard skills, le competenze tecniche da molte aziende.
reasons-we-are-rad-never-stop-learningEppure, secondo lo studio Future Work Skills 2020, saranno 10 le skills necessarie per avere successo nel mondo del lavoro del futuro e far fronte ai cambiamenti che avverranno: sense making, la capacità di dare senso e significato a situazioni complesse ed ambigue; social intelligence, la capacità di essere connessi agli altri, creando reazioni ed interazioni; adaptive thinking, la capacità di pensare a soluzioni ad hoc e che si adattano a nuove circostanze rispetto alla routine; competenze cross-culturali, l’abilità di operare in situazioni multi culturali; pensiero computazionale, la capacità di trasformare set di dati in concetti astratti e capire i dati; conoscenza dei nuovi media ai fini dello sviluppo di contenuti di comunicazione; multidisciplinarietà, la capacità di capire concetti in discipline diverse; design mindset, la necessità di capire e riconoscere il modo di affrontare i diversi task ed aggiustare lo spazio di lavoro per renderlo stimolante al raggiungimento degli obiettivi; cognitive load management, la capacità di filtrare le informazioni in base all’importanza, sia in fase ricevente che emittente; virtual collaboration, la capacità di collaborare in team virtuali.

Quello che dovremo veramente imparare è di non smettere mai di studiare, ma non necessariamente per avere un lavoro. Per noi.

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Cara ministra Lorenzin, ecco perché il fertility day ci fa incazzare

Cara ministra Lorenzin,
ho deciso di scrivere questa lettera per farle capire quali possono essere i motivi per cui la campagna Fertility Day non è stata molto apprezzata dalle donne italiane. Anche da molti uomini, per fortuna.
Non abbiamo bisogno di una campagna che ci faccia pensare a quanto sia bello avere figli, ma abbiamo bisogno di una serie di paradigmi e strumenti che facilitino noi donne a prendere decisioni che cambiano la vita. Perché io non ho figli, ma vedo che la vita dei miei amici neo-genitori non è la stessa di prima, giustamente.
Ecco quindi perché, anche se il suo staff ha usato la campagna per creare informazioni sulla prevenzione e sulla fertilità, molte di noi avrebbero apprezzato interventi pratici e lo stanziamento di budget da utilizzare in politiche apposite, piuttosto che eventi di informazione nelle maggiori città italiane ed un piano teorico. Anche perché, tutte ormai sappiamo che l’orologio biologico non esiste, ma è stato inventato da un giornalista americano negli anni ’70
Mi sento quindi nella posizione di suggerirle alcuni punti su cui potreste lavorare per raggiungere in modo più efficace gli obiettivi da voi comunicati.

1) La carriera ed i contratti lavorativi delle donne. Se è vero che siamo considerate emancipate rispetto agli anni ’50 (e basta guardare questa serie su Raitre per farsi un’idea di quello che succedeva prima) non succede fertility-day-politiche-no-propaganda-lorenzinaltrettanto nella pratica. Quando mi sono laureata, a 25 anni con 110 e lode, al mio primo colloquio di lavoro mi hanno chiesto se avevo intenzione di mettere su famiglia. Ovviamente non mi passava nemmeno per l’anticamera del cervello dopo 5 anni di università e più di 70 esami. Volevo lavorare. Ma anche se il pensiero di altre mie coetanee fosse diverso dal mio, sei costretta a mentire per avere un lavoro. Altrimenti non sei nemmeno considerata. Ottieni il primo contratto. Lavori, impari, sgomiti.
Puoi essere bravissima, intelligentissima ed essere disponibile a lavorare “n” ore ma sai dentro di te che un uomo avrà sempre la precedenza. Prenderà uno stipendio più alto, avrà maggiore accesso a promozioni e avanzamenti di carriera. Appunto perché “ci sono i figli”. Perché quando arrivi a 30 anni fai paura, perché “puoi entrare nell’età in cui vorresti dei figli”.
(E non lo dico solo io. Ma anche McKinsey.)
Se sei fortunata ad avere un contratto indeterminato, puoi scegliere, anche se sai dentro di te di rischiare il “congelamento”, perché farai fatica a cambiare. Sai bene inoltre, che essendo tu quella con lo stipendio più basso, il padre sarà quello costretto ad andare a lavorare. E sai bene che se non vuoi pesare troppo sui nonni, il tuo stipendio sarà quasi tutto pro asilo, baby sitter e centri estivi.
Se invece, sei precaria, sai che nulla sarà come prima. Ed il reinserimento nel mondo lavorativo sarà ancora più difficile.
Facciamo qualcosa per evitare il ripetersi di queste situazioni, dal momento che ci sono studi che dimostrano che la diversità di genere nelle aziende porta solo a benefici concreti per tutti?
Facciamo qualcosa per tentare di assomigliare a quei bei Paesi nordici dove si vedono i padri felici che portano all’asilo i loro tre figli sorridendo e non chiamano disperatamente le madri alla prima difficoltà perché non riescono a passare 30 minuti al giorno con i loro figli?
Ad esempio con delle politiche di detrazione fiscale per pannolini, asili e passeggini. Ma non è il mio settore di competenza, ovviamente lascio a lei l’onere.

2) Il lavoro come freelance. Per fortuna, grazie alla tecnologia, possiamo lavorare in remoto, ed essendo donne con pargoli al seguito mi sembra una fantastica opportunità.
Anche qui la situazione non è delle migliori: tasse altissime per quelle povere che decidono di mettersi in proprio (oltre ai vari problemi intrinseci del settore, come i pagamenti infiniti ecc..), mancanza di corsi professionali se non quelli del fondo sociale europeo o privati (che se ci servono per competere a livello internazionale non servono praticamente a nulla) e totale assenza di politiche a sostegno di donne che dopo aver pensato alla prole decidono di re-inserirsi nel mercato lavorativo magari decidendo di diventare sviluppatrici web, UX designer o simili.
Immagino che questi discorsi siano fantascienza per l’Italia, ma vivendo nel Regno Unito so che è possibile usare fondi, creare corsi e gruppi che aiutino le donne a cambiare percorso e carriera dopo un figlio, aiutandole ad entrare in nuovi settori, come ad esempio quello tech, visto che tutto il mondo cerca sviluppatori e quello della carenza di donne nell’industria tech è un altro dei grandi punti di domanda di oggi.
Facciamo qualcosa per aiutare le donne che vogliono re-inserirsi nel mondo del lavoro con corsi, programmi, detrazioni, aiutandole a creare delle competenze in linea con quelle del mercato del lavoro odierno e futuro?

3) La mancanza di sicurezza verso il futuro. I miei genitori ed i loro coetanei hanno lavorato 40 lorenzin-fertility-day-settembreanni nella stessa azienda, sono riusciti ad acquistare una casa (a volte anche più di una) ed alla mia età erano felici, convinti che nulla sarebbe mai cambiato.
Io alla stessa età ho cambiato 6 aziende, 2 orientamenti professionali, 3 Paesi e potenzialmente non so che cosa farò o dove sarò il prossimo anno. Mi considero ovviamente un estremo, ma immagino  di non essere l’unica. E li vedo i ragazzi, più giovani di me, su un volo diretto all’estero alla ricerca di qualcosa che nemmeno loro hanno idea cosa sia, ma sanno che all’estero il loro lavoro, la loro iniziativa e la loro fatica verranno ripagate in esperienza e stipendio adeguati.
Credo che i ragazzi che rimangono in Italia non abbiano nemmeno questa speranza.
Facciamo qualcosa per sostenere il futuro di noi giovani con un piano a lungo termine che ci permetta di costruircelo? Perché sappiamo tutti che il Jobs act ed i precedenti non hanno avuto grandi risultati. 

4) Invece delle tavole rotonde, perché non promuovere incontri territoriali di informazioni e programmi nelle scuole? Da professionista nella comunicazione, mi sento di dirle che le cartoline, la campagna di comunicazione (per non parlare del Piano Nazionale per la fertilità) non sono in linea con le esigenze e le motivazioni del target di riferimento.  Se lo scopo della campagna di comunicazione era quella di creare informazione sulla fertilità per donne dai 20 ai 30 anni (anche se sembra che lo scopo della campagna fosse più quello di spingere le donne a procreare), perché non utilizzare i consultori ed i centri donna, sparsi in tutto il territorio nazionale, piuttosto che fare eventi a grande impatto mediatico con tavole rotonde nelle maggiori città italiane ed utilizzare cartoline con contenuti poco veritieri? Così si crea propaganda, e sicuramente non si raggiungono gli obiettivi.
La generalizzazione del target che includeva infatti anche donne impossibilitate ad avere figli, informazioni poco chiare e veritiere, un messaggio generico, contenuti poco di qualità ed immagini finte hanno decretato il fallimento di questa campagna di comunicazione.
Se veramente lo scopo era creare informazione sulla fertilità per un determinato target di persone, perché non fare una serie di indagini, di questionari per capire le necessità, motivazioni e opinioni e poi investire il budget in video ed informazioni ad hoc, visto che tutt’oggi nelle scuole c’è una carenza di informazioni ed educazione in merito?
(Che poi spero proprio che il gioco dell’estate fosse rivolto ai ragazzini nelle scuole, se volete imparare guardatevi la campagna danese!)

Giving back to the community: mentoring startups at H-Farm

When 4 years I decided to move to London I wouldn’t have expected that things were changing so fast in Italy and of course I’m very happy to see how things are different now.
There’s still a lot of work to do, but I am positive. That’s why this summer I decided to spend some time working with the community where my passion for digital was born, having had the opportunity to speak at Web Marketing Festival in Rimini, one of the biggest marketing festival in Italy and mentoring startups part of the acceleration program at H-Farm.

H-Farm is an amazing project, born in 2005 nearby Venice, to help entrepreneurs launching new initiatives. If you think that nobody at that time, in Italy, was talking about startups or building an environment where digital and technology were the king and the queen, now we can say it was an very thought-out vision. It’s an area where you meet smart and motivated people, where you can “smell” innovation and where everyone is working on personal projects aiming to change the reality we live in, and you know, innovation is contagious.

Hello I'm in @hfarm and there's a tiny little self-driving gardener having fun around #tech #startups #robot #hfarm

A video posted by Alessia Camera (@alessiacamera) on

In two days I’ve talked more than ten hours about tech, projects, marketing and strategy, ending up being exhausted but happy. I arrived in the morning at the railway station in Mestre, picked up by a private driver taking me to the Campus. Jessica was waiting for me and helped me arranging the room for the workshop I wanted to give about customer acquisition strategies. After that I started immediately with 9 one-to-one meetings with the 9 startups involved in the Wellness and Fashion & Retail accelerator. Talking with people, believing in what they were doing was awesome and I felt privileged to have this chance.
I also learned that opportunities are not coming alone, you need to create them, and  that being surrounded by amazing people makes easier overpassing difficulties.
Giving back to the community is just an amazing idea I recommend to everyone doing it once in life as you’re really feeling well helping others on something you’ve already faced. And for once, money is not involved, at all.   

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But bear with me, I’d like to introduce you to all of them!

I met with Bernard, from Loyaly, building a personal assistant to help improving relationships customers and brands in the beauty industry, facing the challenge of building the technology and how to position themselves on the marketing reaching big and established brands. I met with Marcus from Fitsapp, an app to make easier for people looking for trainings to get in touch with personal trainers with a tailored program or a one-to-one premium plan, launching soon in Northern Europe. Indigo Recommendations is creating a mobile tool to help retailers maximising the experience they have while in the shop, I had an awesome chat with Gianluca, helping to understand how reach out to their clients. Xensify wants to help small retailers with information and  tools to optimise customers’ inshore experience, I met with Sergio and Giacomo helping them with the marketing strategy. Rob with Roundstay aims to make easier organising and booking trips for people passionate about fitness, we had a good chat about the concept and the overall idea. Fitssi is a social-training app mainly for women, helping them to gather together and share the cost of a personal trainer in a more fun experience: Danny and I talked mainly about branding and business strategy. InteriorBE is a platform to help users in needs of renovating their spaces with a community of interior designers, and I really enjoyed talking with Federica about their marketing and social media strategy. I met with Cristiano from Train Me creating a platform for gyms to coordinate and better support personal trainers from the gym point of view, with whom I talked about marketing and acquisition strategies. And the last one (but just in order of meetings :D) was Adzuki Mobile, a recommendation/referral platform based on images where with Claus and Veronica we talked a lot about the concept and their business strategy.
What else? If I were you I would follow all of them, they’re doing a great job and I wish them good luck for their demo night in October, I hope I can make it.

But H-Farm is not just an accelerator, in 10 days is launching H-Campus, an educational program based on technology and digital for children and youngers from 3 until 26 years old to prepare the new generations to the challenges of the new century. And it will be awesome, because for once, going to school, especially in Italy, will not just mean passively listening to a teacher but work in groups, solve real problems, interact with each other and technology. ‘Cause in this 21st century we can’t just go to school and university, graduated and wait for a job, we need to invent it, never stop learning and be ready to change our path if there’s not what we’re looking for.
And if you’re not much convinced, here a quote from my most favourite author. 

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ps: many thanks to Luca, Laura & Jessica for having made this happen. 

pss:If you’re a startup and you have an awesome idea for a IoT project you should check the IOT-Fintech acceleration program at H-Farm. You have time until the 3rd of October to apply!

 

Da cosa e come è influenzato il nostro comportamento su Facebook?

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Quando per la prima volta, nel 2008 mi sono affacciata al mondo di Facebook, credevo veramente che la tecnologia potesse migliorarci, e così come noi, anche il mondo attorno.
Più informati, più connessi e più vicini, si sarebbero create molte più possibilità di condivisione e contatto.
Come dice Tim Rayner in questo articolo: “The gift shift: what’s social about social media”  i social media sono stati creati come idea di uno spazio virtuale dove incontrare altre persone e svolgere online le stesse attività che svolgiamo offline, ma dal momento che sono online, ci dovrebbe essere un minore coinvolgimento ed un minore aspetto celebrativo rispetto alla nostra vita reale.
Secondo Tim i social media dovrebbero basarsi sulla cultura del dono, della condivisione di idee con persone che la pensano come noi, dal momento che tutti insieme stiamo lavorando alla creazione di un “digital commons”. E sarebbe fantastico se tutti la pensassero così e condividessero notizie con lo scopo di crearlo ed aiutare veramente qualcun altro. Come tanti hanno fatto per aiutare Giorgia nel suo momento di difficoltà, ad esempio.
Ma perchè dobbiamo diventare sensibili solo in situazioni drammatiche, in cui ci riconosciamo direettamente e non fare la nostra parte ogni giorno perchè questi canali online non siano solamente un luogo dove vince chi urla di più, chi punta il dito contro qualcuno e chi pensa di saperne più degli altri?
Basta scrollare la vostra bacheca per vedere quello che sta succedendo da un po’: condivisione di link perchè “possono essere utili” senza controllare la fonte, immagini condivise per partecipare a contest che regalano auto o iPhone, condivisione di notizie semi-vere usandole come “scusa” per poter affermare una propria idea basandola appunto sul link semi-vero, esprimendola con aggressività e senza accettare altri punti di vista. Non vorrei mettere in discussione l’intelligenza di nessuno, ma a volte sembra veramente serva un corso di educazione, come per prendere la patente.
E mi porrei un’altra domanda: sono comportamenti e frasi che condividereste in situazioni sociali reali, come quando vi incontrare al bar oppure ad una festa?
Secondo me, no. Quando parli con qualcuno stai ben attento a quello che dici perchè non vuoi rischiare di fare brutta figura. Online nessuno si preoccupa di tutto ciò, perchè “siamo online, siamo su Facebook, non avevi capito fosse uno scherzo? Non vorrai che sia serio qui”.
Ci sono persone che usano i social per farsi vedere, per voler dimostrare che sanno/fanno/sono qualcosa di importante grazie alla costruzione di contenuti ad-hoc ed atteggiamenti aggressivi, solo per far vedere che la loro opinione è supportata e rispettata, per esprimere unicità ed uno stile di vita esclusivo.
E’ una novità? No, nella vita reale l’apparenza e l’atteggiamento aiutano a dimostrare questo tipo di personalità, il fatto è che la possibilità di interagire con un pubblico ampio è molto minore e offline ci sono delle conseguenze che online riesci quasi sempre a schivare.
Inoltre, Facebook utilizza meccanismi che fanno in modo che vengano condivise solo le notizie ed i contenuti più cliccati, più condivisi e quindi potenzialmente più generalisti e meno di qualità.
A questo punto potrei già concludere dicendo che non è tutta colpa nostra. Ma andiamo con ordine.

Come è influenzato il nostro comportamento su Facebook?
Facebook utilizza meccanismi che fanno in modo che vengano condivise solo le notizie ed i contenuti più cliccati, più condivisi e quindi potenzialmente più generalisti e meno di qualità.

L’accellerazione della creazione di contenuti ed il calo della nostra attenzione
Oggi nel mondo si creano un sacco di contenuti, senza volere essere precisini con gigabyte, terabyte o altro, credo che questa infografica di Smart Insight renda bene l’idea:

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La nostra attenzione, tuttavia, non riesce a far fronte a questa massa enorme di informazioni, e la nostra curva di attenzione non regge più di 9 secondi. Ecco, quindi, che abbiamo bisogno di filtrare le informazioni ed i contenuti, con strumenti che ci aiutino a trovarli e metodi di scrittura che stimolino la psicologia intrinseca per farci cliccare.
Ecco quindi che la suspence, l’utilità, il desiderio di possedere cose, il ricordo, l’emozione, l’ambizione, l’emulazione sociale diventano i motivi principali che ci spingono a condividere i contenuti. E la correttezza delle fonti e delle informazione passano in secondo piano, anzi forse nemmeno ci interessano. Perchè lo scopo della condivisione non è più condividere l’informazione in sè. Ma creare una emozione, un feeling in chi ci legge. 

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L’algoritmo di Facebook
Quando la sezione Notizie è stata lanciata è stata considerata “La sfida tecnologica più grande mai affrontata da Facebook(come si legge nel libro: “Facebook. La storia: Mark Zuckerberg e la sfida di una nuova generazione). Eppure, oggi, l’algoritmo ha i suoi pro ed i suoi contro.
Se analizziamo i benefici, ci aiuta a capire quali sono i contenuti che veramente ci interessano, diventando una piattaforma di content curation che impara dal nostro comportamento sulla piattaforma, facendoci vedere contenuti sponsorizzati, video e profili degli amici con cui interagiamo più spesso. In un mondo che va ai 200 km/h può anche farci piacere e farci risparmiare tempo.
Ma da un altro punto di vista, il time feed premia tutti quei contenuti con il più alto numero di reazioni e condivisioni, senza ovviamente analizzare se quei contenuti siano di qualità o veritieri. Quindi, una parola o una frase, secondo un’analisi oggettiva del contenuto, possono fare la differenza per il messaggio che si vuole condividere ma Facebook lo conterà comunque come una condivisione, quindi un contenuto apprezzato (sarei molto curiosa di sapere come viene registrato in caso di reazione triste, telefono un attimo a Mark..).
Siamo noi con il nostro comportamento che influenziamo l’algoritmo, quindi siamo sempre noi a definire i contenuti condivisi. L’algoritmo può sicuramente privilegiare alcuni tipi di contenuti come le immagini o i video dei profili dei nostri amici e ci spinge a guardare questi tipi di contenuti, invitandoci a partecipare ad un mondo pre-fabbricato e deciso sulla base di obiettivi sconosciuti.
Ad esempio sono fermamente convinta che il fatto che Facebook dia più spazio ai contenuti video ed abbia aggiunto le foto a 360° sia per iniziare il “percorso di educazione” verso l’utilizzo del visore Ocolus Rift, che arriverà in Europa dal 20 settembre.  Il passaggio foto-contenuti-visore sarebbe infatti stato troppo repentino per tutti, non solo per i cosiddetti utenti pionieri. (se volete saperne di più di come i diversi soggetti reagiscono all’innovazione, andate a vedervi la ricerca di Roger sulla diffusione dell’innovazione. Potete anche capire a quale segmento appartenete cliccando qui). Forse mi sto spingendo troppo in là, torno in tema.
Quindi, ricordiamoci, che l’algoritmo è sì di Facebook ma anche influenzato da noi, quindi ricordiamocene quando condividiamo certi contenuti.

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La psicologia dell’imitazione (o social proof)
Immaginate di essere in vacanza in una città che non conoscete, con un amico. Uscite dall’hotel alla ricerca di un posto dove andare a cena, il concierge è occupato e non avete voglia di perdere tempo e fare una ricerca su internet. Fate tre passi ed arrivate in una strada piena di ristoranti, un thai, un tapas bar, un italiano. Non volete andare per forza all’italiano per essere sicuri di mangiare decentemente. Quindi come scegliete? Se siete come me e come la maggior parte delle persone seguite la regola del: vediamo qual è quello più pieno. Se c’è tanta gente che sta mangiando, sarà per forza buono. Se è vuoto, meglio continuare a camminare. E questo è solo un esempio di un atteggiamento comune, che ci porta ad imitare gli altri.
E’ il modo più semplice e veloce per superare la nostra incertezza. Se la maggioranza si comporta in un certo modo, è sicuramente quello giusto, poichè assumiamo che abbiano delle informazioni che noi non abbiamo. Questo comportamento si chiama social proof.
Quante volte avete condiviso un file perchè avevte visto che aveva già raggiunto un alto numero di condivisioni e non volevate rischiare di essere giudicati male dai vostri amici/parenti/ecc?
Immagino, tante. Ma avete mai controllato che quella immagine o link fossero veritieri?
Ad esempio, questo tentativo banale di disinformare.

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Spero di avervi dato qualche spunto di riflessione.
Fate i bravi sui social, soprattutto Facebook, che è il canale più generalista e frequentato.
Divertitevi in queste ultimi giorni di vacanza e non dimenticatevi di pensare!
Io adoro agosto perchè lo uso per studiare.😀

 

Digital-only banks, currency exchange made easy: the Fintech revolution

If you like travelling like me, you know that it’s painful being abroad and using your card with a lot of non-sense commissions to pay when you want to use your bank card. And you have to pay those bank commissions, simply because you’re using your card abroad, in shops or because you need to withdraw local currency.
Is it fair?

You’re giving your money to banks for free, without earning any interest (you’re lucky if you’ve not to pay to get some additional services). And, if you need that money while you’re on holiday abroad, you have to pay for it. Maybe 30-40 years ago not everyone was interested in using the card abroad, as only a few of us could go abroad on holiday, but now it’s what everyone is doing. Meaning that those banks are earning a lot of money just because of new people’s behaviours and none is really thinking different, segmenting the audience and understanding their needs.
That’s how a big bunch of startups is offering new services in an industry commonly known as Fintech, disrupting the traditional way banks are operating and getting a lot of interest and funds: in the UK more than $5.5 billion (£3.8bn) of investments were made in the fintech industry between July 2015 and January 2016.

In the brand new world of fintech startups working to satisfy specific needs, providing effective and efficient services for a niche of people a few of them are very very interesting. And I’m glad to share the ones I think are implementing a very good service.
I’ve already talked about Transferwise, allowing people to transfer money between different countries paying just a little fee compared to what you pay to banks (I talked about it in my last year’s startup roundup). The technology is based on a peer-to-peer system, so if someone wants to convert their pounds to euros, TransferWise’s technology finds someone who wants to transfer money in the opposite direction (euros into pounds)

A brand new part of fintech startups is represented by digital-only banks, which are going to start operating this year, such as Mondo, Tandem, Starling and Atom. But what does digital-only banks mean?
If high street banks have been using digital technologies to help transform various areas of their business, those new banks have decided to go all digital instead, in order to offer a fully integrated mobile experience in which customers use their smartphones or tablets to do everything from opening a new account and making payments to resolving credit-card billing disputes, all without ever setting foot in a physical branch. Without losing time, having to fill out lots of papers or having to pay hidden fees.
Do you think it’s just a cool idea and high street banks will never disappear? Well, according to this McKinsey report, “in the United Kingdom and Western Europe, there is a potential for 40% or more of new deposits to come from digital sales by 2018
And in terms of digital evolution, we’re ready, as you can see from the graph here below.
And you should read this report by the Deutsche Bank, if you’re keen to understand whether we’re ready or not.

The digital revolution in the financial sector - fintech startups

But let’s come back to startups providing specific services in a cheaper and more efficient way.
I personally love Revolut allowing you to use your money abroad without incurring in fees.
I love travelling and I don’t really like paying fees just because I’m using my card to withdraw money abroad or because I’m using it to pay in shops. Revolut, working like a digital wallet, allows you to transfer money from your account to your Revolut account through the app and then use it thanks to a physical MasterCard. Once abroad, you can use the card to make your purchases or withdraw money without incurring in any fees. Isn’t it amazing?
The next one I want to try is Nutmeg an online wealth manager helping you to invest money without having to go to a physical bank. When you register you tell the platform how much you want to invest and the risk you want to take before being presented with a portfolio, chosen by the Nutmeg team. No algorithm. Same concept as the Italian MoneyFarm, I should definitely try both.

Then, there are fintech startups helping SMEs to get money with less hassle, faster and cheaper, but they’re a lot. Better if for today I stop there.
Enjoy your August peeeeps!

Web Marketing Festival 2016: il punto di vista di uno speaker

Quest’anno ho avuto la fortuna di essere parte degli speaker del Web Marketing Festival, un festival molto interessante sul web marketing in Italia a Rimini, ed il mio primo da speaker di Growth Hacking in Italia di dimensioni così grandi: circa 4000 visitatori in totale.
Devo dirvelo: tanta emozione, tanta soddisfazione ed un bel pubblico.
Un’esperienza che permette di capire in un paio di giorni quali siano gli aspetti più critici di chi si occupa di marketing online in Italia e che ovviamente non dà l’idea solo della domanda ma anche dell’offerta.
Vista la piccola polemica che si è creata subito dopo il festival (marchetta sì, no, speaker senza alcun rimorso spese giusto, no) mi piacerebbe farvi riflettere su alcuni aspetti.

Il Festival 

Un bel festival, bella location e con un sacco di cose da fare e speech interessanti. L’organizzazione può essere sicuramente migliorata e non lo dico da semplice fruitrice, ma anche da organizzatrice di eventi come Secret Sauce ma ovviamente il mio feedback è positivo.
Era, infatti, un peccato che alcune stanze fossero off-limits per motivi di spazio. Ma non solo per il pubblico, anche per noi speaker. Mi sono trovata stipata sul palco, senza un microfono senza fili e il telecomando per le slide che mi avrebbe permesso di coinvolgere direttamente l’audience, passeggiando nella stanza e facendo domande dirette. Non mi piacciono i palchi, ma non ho visto altre soluzioni in quei pochi minuti che mi separavano dall’inizio del mio speech, a parte prendere confidenza con un mini-palchetto dove mi si vedeva appena. Ed, ovviamente l’emozione ha fatto da padrona, anche perché ero molto preoccupata per il mio italiano😛web-marketing-festival-2016
Nella stessa stanza non ero potuta entrare all’inizio della prima talk per provare appunto microfono, non sapevo nemmeno come si chiamava la moderatrice che non aveva fatto nulla per aiutarmi o per capire le mie perplessità (come invece mi succede quando mi trovo dall’altra parte).
Ho potuto notare poi, come invece altri spazi come l’anfiteatro fossero mezzi vuoti, perché ovviamente enormi, o come fossero più forniti con appunto microfono senza fili e puntatore.
Si tratta di necessità così basiche per gli speaker di un festival che sinceramente non mi ero nemmeno preoccupata di controllare, ma anche qui si impara, saranno informazioni che chiederò sicuramente, prima del mio prossimo talk!

Gli speaker

Anche se cresciuto notevolmente, il web marketing rappresenta comunque un settore di nicchia in Italia, dove i professionisti-consulenti si conoscono tutti alimentando gelosie, un pochino di arroganza e diffidenza, nel vero senso italiano. Arrivando da Londra, ed avendo gran poco a che fare con il mondo italiano, posso notare come le competenze ed gli obiettivi di lungo termine siano quelli che fanno la differenza, e la “marchetta” se anche c’è, ha vita breve. La bravura e le competenze dovrebbero essere essenziali, ma a volte la volontà di “vendersi” e di “farsi vedere” oscura tutto.
E ciò succede ovunque, non solo in Italia.
Lo scopo di questi eventi dovrebbe essere “l’apprendimento” ma non solo per l’audience, anche per gli speaker. Ieri sera parlavo con una signora di 65 anni che 10 anni fa ha imparato come fare rendering 3D per il suo studio di progettazione e design. Tanti progetti li ha seguiti gratuitamente all’inizio, perché sapeva di dover farsi esperienza, e lavorare gratuitamente in un vero e proprio scambio di competenze iniziale è quello che ti permette di crescere, evolvere e specializzarti.
Con questo approccio dovrebbero arrivare sul palco anche gli speaker di un festival che non ricevono nemmeno un rimborso spese, con un senso di condivisione e di scambio reciproco.
Con umiltà e passione.

Quello che facciamo quando organizziamo Secret Sauce è la ricerca della qualità, tentando di coinvolgere speaker che conosciamo direttamente, sicuri delle esperienze che vengono portate all’evento. Le competenze così  come la passione, l’entusiasmo e l’esperienza sono caratteristiche essenziali per avere uno speaker di qualità.
La marketta non dovrebbe essere alla base di questi eventi e sta all’organizzazione tentare di abbassare quanto più possibile queste possibilità, a scapito della reputazione dell’evento stesso.
Ciò non significa “iniziare a pagare gli speaker per aumentare la qualità” ma migliorare l’organizzazione il più possibile per mantenere alta l’asticella di questo evento e le aspettative del pubblico e far sì che non si perda il focus per allargare l’interesse di quanti vengono a Rimini per imparare “tutto”.  E magari tornare a casa con una gran confusione, invece che con pochi concetti ma chiari.

L’esperienza
work-placement-esperienceNon sto puntando il dito contro nessuno, non è una polemica fine a se stessa, ma una critica costruttiva perché credo che in Italia abbiamo sempre più bisogno di eventi così, dove i professionisti possono condividere le loro strategie e consigli a chi voglia saperne di più, e quindi avere a che fare con un pubblico anche molto eterogeneo (ancora più difficile come aspettative).
Quando torno in patria sono molto felice di condividere le mie esperienze con un pubblico anche molto distante da quello a cui sono abituata, mi piace rischiare ma rendere facilmente comprensibile e applicabile il nostro concetto di online marketing.
Quello che non mi piace di quando mi trovo in Italia è che è molto semplice puntare il dito, scrivere un post su Facebook dove si scaricano le responsabilità o si punta il dito verso qualcun altro.
Ma, non è così che si costruisce un progetto! Solo con un processo, un team, e degli obiettivi si riesce a capire dove si vuole arrivare e come si può migliorare, attraverso nuovi piani e strategie.
Ed il progetto c’è, abbiamo un sacco di potenzialità, una creatività pazzesca e se facessimo un pochino di sistema invece di guardare al nostro collega con l’occhio critico, potremmo alzare l’asticella tutti insieme.
Io mi auguro che ognuno di noi con umiltà e perseveranza capisca che possiamo sviluppare un sistema che funziona, che dove finiscono le competenze di qualcuno iniziano quelle di qualcun altro e che non ha senso puntare il dito, ma invece creare collaborazioni e occasioni di apprendimento continuo per tutti. Sarebbe sicuramente tempo meglio speso❤

Un abbraccione.

Web Marketing Festival 2016 in Italy: what did I learn being a speaker?

After 3.5 years away from Italy, it’s always nice to be back, attending events and meeting people not only working in online marketing. Even if in the past I’ve worked with Italian companies, in the last three years I mainly focused on international projects, that’s why I thought it was time to give it back to the community my passion was born.

My giving-back time has started with a speech at the Web Marketing Festival where I talked about Growth Hacking, having the chance to meet with a lot of people working and interested in marketing.

I was nervous, it was ages I wasn’t having a speech in Italian and wasn’t really sure how people will react. And the organisation of the festival asked me to make my presentation a bit more generic just one week before as it was too specific on tools and tactics. That’s how I am, I thought. But, I agreed to change it.
I tried to enter the room before the first speech. Failed. The room was full.
So, I ended up just waiting for my turn and grabbing some words from the previous speaker.
Green light, it’s my turn. The room was packed, I had a look at my presentation, it was working.
There wasn’t a wifi mic, I had just to stand in front of it on the stage, in front of a computer covering half of my face, I couldn’t move. Panic. The moderator wasn’t doing anything to help.
What should I do? You-just-need-to-breath-and-talk.

learning-motivational-quotesAnd that’s what I did. I didn’t care about the fact people couldn’t really see me. Or the fact that I added too many English words. I just pushed the accelerator and go. I know, sometimes I turned too hard or I asked a silly question and I should have nourished the conversation. You always learn. But if you’re not stepping ahead from your confort zone, you’ll never understand how much you need to steer.
It was fun, got an amazing turnout, a lot of great questions and people met.
But now, it’s time to think. It’s important looking back and understand what I did learn attending the Web Marketing Festival. What can I do to improve myself?

  • Hook the audience & tell your story. I know it’s hard. In my case, extremely hard, as I was feeling completely disconnected with that audience, I didn’t now what they were interested in. But I should have told my personal story, full of memories and hopes.
  • Ask as many questions as you can
    You need to gather information about your audience before starting your speech, so you’re sure you understand their expectations. If you can’t just ask them a lot of information before, for example questions or fun facts. Coming from a country were people don’t really want to know about your story, especially when you talk to small and super specific events, I haven’t thought it was that important. But now, I know it. Especially when you’re in a big festival.
  • Share as many examples as you can
    Practical approaches always win, so better starting with one or two business cases, and then wrapping up to one-two definitions. In my case was a bit too difficult as there aren’t many examples of Growth Hacking strategies apart from social media or online platforms, but probably I’ll add more examples in my next talk. 

    When you learn you always win, you just need to be patient and keep going!

Ho provato UBEReats e no, il taxi non c’entra con la consegna

UBER non è solo ferma al suo servizio super cheap di taxi-on-demand. Dopo gli Stati Uniti ed il Canda, UberEATS arriva a Londra. Ed io ho deciso di provarlo, intanto perchè sono curiosa e poi perchè volevo raccontarvi come fosse l’esperienza. 

Ma analizziamo prima il servizio. Lo scopo, per UBER, è ovviamente quello di allargare la propria offerta, non solo con un cross-selling, ma con una nuova app ed un nuovo servizio, con la possibilità di aumentare notevolmente la propria user-base, che tuttavia non si sposta dal concetto di servizio-on-demand del brand, ma entrando a far parte di un mercato super competitivo, popolato da Deliveroo, Pronto, Take it Easy, JustEAT e molti altri. Una vera e propria estensione di marca, quindi. 


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Così come Amazon che con il servizio FRESH sta entrando nel mercato dei supermercati online, anche UBER sta facendo leverage sulla propria tecnologia per entrare in tutti i settori, non solo quello dei taxi quindi, sviluppando quello che potrebbe essere un ‘UBER for everything‘. 

La coerenza di marca, quindi, è rispettata.
Sarà di successo come quello dei taxi on-demand? Difficile da dire, soprattutto al momento del lancio. 

Sicuramente c’è un beneficio di brand, ma, rispetto ai taxi-on-demand, non si tratta in questo di un first-mover. Anche se a volte i first mover, non sempre portano al successo, vedi ad esempio Myspace. 

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Ma vediamo come funziona, l’ho provato con un amico la settimana scorsa:

– Ho scaricato l’app UberEATS, che, no, non è compresa nella versione orginale. 

– Al momento ci sono 150 ristoranti, sia appartenenti a catene che indipendenti. 

– Funziona solo se abitate in Central London, le aree comprese sono da Hammersmith a Whitechapel, Camden e Southwark. 

– A differenza dei competitor, non ci sono spese di consegna e non c’è un ordine minimo

– La consegna avviene in 30 minuti. Se il vostro ordine costa £20 o meno e impiega più di trenta minuti ad arrivare, UBER ti restituisce £20 come credito da utilizzare per il prossimo ordine. 

– Così come per il servizio di auto, anche con UberEATS si possono valutare i corrieri e il menu dei ristoranti

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Devo dire, che, per il momento ha soddisfatto le mie aspettative. 

Ed in Italia, cosa succederà con Foodora, e Deliveroo?